Mamma Sto Bene!
libri

Migliori libri per ragazzi di quattordici anni

Quali sono i migliori libri per ragazzi di quattordici anni?

L’adolescenza è un periodo molto importante per la crescita di ragazze e ragazzi: in questo momento particolare dell’età i libri possono rappresentare una risorsa importante, perchè aprono mondi e permettono di confrontarsi con tematiche e avventure possibili anche nella vita reale.

I libri per ragazzi sul mercato sono davvero molto numerosi, e appartengono a generi diversi: fantasy, horror, libri a fumetti, libri d’avventura, storie d’amore e romanzi rosa. Ci sono poi i libri che affrontano alcune tematiche, come il bullismo, il rispetto delle regole e la legalità, l’amicizia, la memoria e la libertà, ma anche l’omofobia e le questioni di genere.

Di seguito indichiamo alcuni libri per ragazzi di quattordici anni.

OffertaBestseller No. 1
Il mistero del London Eye
  • Dowd, Siobhan (Author)
Bestseller No. 2
Le ragazze non hanno paura
  • Ferrari, Alessandro Q. (Author)
OffertaBestseller No. 3
Cento passi per volare
  • Festa, Giuseppe (Author)
OffertaBestseller No. 4
The cage. Uno di noi mente
  • Ostuni, Lorenzo (Author)
OffertaBestseller No. 5
Il sole fra le dita
  • Clima, Gabriele (Author)
OffertaBestseller No. 6
Il titolo di questo libro è segreto
  • Pseudonymus Bosch (Author)
OffertaBestseller No. 7

Il giovane Holden

Se si deve individuare un libro che di solito piace ai giovani di oggi, così ribelli e “instabili”, il pensiero va subito a Il giovane Holden (The Catcher in the Rye in lingua originale) di J.D. Salinger, pubblicato nel 1951 e da subito diventato un must per ogni adolescente combattuto, inquieto o arrabbiato sulla faccia di questa terra.

Basti ricordare tutti quelli che nel corso degli anni l’hanno citato: dai Green Day all’assassino di John Lennon, Mark David Chapman; da Enrico Brizzi a Haruki Murakami; da Gus Van Sant a, perfino, Leonardo Pieraccioni e Alessandro Baricco.

Ad ogni modo, sono quasi contento che abbiano inventato la bomba atomica. Se c’è un’altra guerra, vado a sedermici sopra, accidenti. E ci vado volontario, lo giuro su Dio. (Holden Caulfield)

Nonostante abbia più di sessant’anni d’età, insomma, il romanzo di Salinger ha ancora oggi mantenuto tutta la sua carica, la sua forza e la sua capacità di introspezione nella mente del suo protagonista Holden Caulfield; e il fatto che manchi una versione cinematografica del libro – sempre rifiutata dallo stesso Salinger – non può che far bene alle giovani generazioni, anche per insegnar loro che certe cose non si possono conquistare in maniera più facile altrove.

Il conte di Montecristo

Se il Robinson Crusoe già nel Settecento portava in auge il romanzo d’avventura, fu però soprattutto nel secolo successivo che questo genere visse il suo periodo di massima gloria: la comparsa del romanzo d’appendice (o, alla francese, del feuilleton) ne determinò anzi il trionfo, supportando la pubblicazione di numerosi capolavori che ancora oggi meriterebbero di stare in gran numero in questa cinquina.

Il feuilleton infatti era un romanzo che appariva a puntate su un quotidiano o su una rivista, e proprio per questa sua particolare struttura doveva sfruttare abilmente la suspense, mantenendo alta la tensione da una puntata all’altra; e questo era possibile solo se si presentavano ai lettori le emozioni forti e i colpi di scena tipici del romanzo d’avventura.

Il conte di Montecristo, pubblicato in questa forma tra il 1844 e il 1846, fu sicuramente uno dei più grandi capolavori di questo nuovo genere letterario, assieme ad altre opere dello stesso Alexandre Dumas padre (come la trilogia de I tre moschettieri), di Eugène Sue, di Théophile Gautier o del nostro Emilio Salgari.

Ambientato durante il periodo storico della Restaurazione, il romanzo – molto intricato e ricco di capovolgimenti – raccontava le disavventure di Edmond Dantès, un marinaio che aveva visto la sua vita andare in pezzi ma che, dopo lunghi anni di prigionia, meditava una tremenda vendetta contro i responsabili della sua rovina, vendetta che avrebbe messo in atto sotto le spoglie del conte di Montecristo, un’identità creata ad hoc.

Mago del trasformismo, Dantès non si accontentava però solo di divenire il conte: nel corso della storia assumeva infatti anche le identità di lord Wilmore quando si tratta di compiere opere di bene, del marinaio Sinbad per aiutare la famiglia Morrel o dell’abate Busoni per darsi un’aria autorevole, mentre attorno a lui tutta una serie di personaggi cercava di aiutarlo – ed era il caso dei suoi servitori e della bella Haydée – o di ostacolarlo nel perseguimento dei suoi obiettivi.

Considerato a lungo come un romanzo minore, un esempio di paraletteratura o comunque uno scritto che non meritasse troppa attenzione, è stato spesso maltrattato anche dagli editori italiani: basti pensare che fino ad appena quattro anni fa la traduzione in italiano più seguita (se non addirittura l’unica, o quasi) da tutti i principali editori era un adattamento anonimo di metà Ottocento che presentava tagli anche vistosi e manomissioni al testo, soprattutto quando Dumas tirava in ballo metafore religiose o parlava in modo sprezzante dell’Italia; una svista che è stata risolta solo recentemente grazie soprattutto alla nuova traduzione messa in campo da Donzelli, poi seguito a ruota da tutti gli altri editori.

Dieci Piccoli Indiani

Se si vuole andare sul sicuro assegnando dei libri in lettura agli studenti, bisogna puntare sui gialli, in particolare quelli classici. Prendiamo, ad esempio, Agatha Christie, probabilmente la più amata in questo genere letterario: i suoi libri hanno mordente, e infatti il lettore divora letteralmente le pagine per scoprire l’assassino; hanno anche ritmo, visto che ogni descrizione è essenziale alla soluzione del mistero e tutto è calcolato nei minimi dettagli; dimostrano, infine, pure intelligenza, perché invitano il lettore stesso a giocare, lo sfidano a indovinare il colpevole, come se la soluzione del mistero fosse un gioco enigmistico in grande stile.

Dieci piccoli indiani è un romanzo in grado di far restare sveglio fino a tardi con la voglia di finirlo e crediamo che, nonostante il mondo sia molto cambiato da quando è stato scritto, questa cosa in particolare sia rimasta invariata.

Moby Dick

Sempre caratterizzato da un incredibile gusto per l’avventura, ma anche più complesso, elaborato e probabilmente profondo è un altro romanzo che uscì attorno alla metà dell’Ottocento, anche se dall’altra parte dell’Oceano: il Moby Dick di Herman Melville.

La storia al centro del libro è raccontata in prima persona da Ismaele, un ragazzo con una certa esperienza nella marina mercantile che però è ora deciso a passare a lavorare in una baleniera; assieme al polinesiano Queequeg, appena conosciuto, si imbarca così sulla Pequod del capitano Achab, che sulle prime però non si vede mai. Quando finalmente si presenta alla ciurma, questo terribile uomo di mare rende noto anche il reale obiettivo del viaggio: catturare Moby Dick, un enorme e leggendario capodoglio albino responsabile di averlo storpiato durante il loro ultimo incontro.

Man mano che si addentra sempre più nell’Oceano, la nave incrocia altre baleniere, con Achab perennemente interessato a chiedere notizie della balena bianca, che per lui è un obiettivo maniacale; quando infine giunge a scorgere il capodoglio, il capitano lo attacca ripetutamente e subisce numerosi danni al proprio vascello, ma non per questo desiste (nonostante Moby Dick non cerchi per nulla lo scontro, e anzi provi a stare alla larga dalla Pequod).

L’ultimo, maniacale assalto di Achab è fatale a lui e alla sua imbarcazione: l’epica battaglia contro la balena si conclude infatti col capitano che viene trascinato negli abissi perché impigliato al filo del suo stesso rampone, mentre il Pequod viene distrutto dalla balena, mandando a morte tutto l’equipaggio tranne Ismaele, unico superstite.

Al di là della trama avventurosa e coinvolgente, il libro di Melville contiene però qualcosa di più, che ha dato nel corso dei decenni filo da torcere ai critici e agli studiosi: intanto lo stesso narratore, Ismaele, prende sovente spunto dalle vicende del mare per inframmezzare le avventure con riflessioni religiose, filosofiche e perfino scientifiche; ma più in generale l’intero viaggio della Pequod è stato visto come un’allegoria della vita, in cui si va maniacalmente alla ricerca di qualcosa che poi finisce per trascinarci con sé nell’abisso.

Caratterizzato da un certo titanismo, da una grandezza distruttiva che emerge sia nella balena, sia nella figura del capitano Achab, il romanzo non ebbe molta fortuna alla sua prima pubblicazione, nel 1851, ma è stato ampiamente rivalutato nel corso degli anni, divenendo un punto fermo della storia della letteratura americana; anche in Italia godette e gode tutt’ora di buon credito, grazie anche all’entusiastica presentazione che ne diede Cesare Pavese, suo primo traduttore, nel 1932.

Letto dalle mamme