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elaborazione lutto bambini

Come affrontare un lutto con un bambino

 Il lutto è una dimensione ineliminabile dell’esistenza, che segna l’inizio di una vita diversa per i sopravvissuti.

Un giovane può non aver mai visto morire morire nessuno, ma aver visto immagini di morte in televisione. L’esperienza non è più quella che si fa direttamente, ma sempre immaginaria e reversibile. Lo spostamento dell’esperienza soggettiva del dolore verso un’esperienza più virtuale costituisce un ostacolo al successo del cordoglio.

Dal punto di vista evolutivo il lutto ha delle forti ripercussioni sul bambino e se non gestito correttamente rischia di avere un grande impatto sulla sua futura salute psicologica. Felitti e Anda nel 2010 evidenziarono tramite la ricerca sulle adverse childhood experiences come ripercussioni negative conseguenti un lutto si possano riscontrare anche nella salute fisica di queste persone.

Secondo Bowlby, psicologo e teorico dell’attaccamento, l’elaborazione del lutto avviene in quattro fasi:

  1. stordimento: è la prima reazione alla notizia della perdita, può durare da qualche ora a una settimana ed è caratterizzata da uno stato di shock  e incredulità;
  2. ricerca e struggimento per la figura perduta: può durare da qualche mese a qualche anno, è caratterizzata da una difficoltà nell’accettazione della perdita, che può essere espressa con molta rabbia e disperazione;
  3. disorganizzazione e disperazione: è lo stadio più lungo e difficile, caratterizzato da un persistente e pervasivo umore depresso, disinteresse generalizzato e dall’accettazione della perdita;
  4. riorganizzazione: la completa accettazione porta verso la via della ristrutturazione della propria vita e talvolta della propria identità, costruendo nuove organizzazioni interne adeguate alla nuova realtà.

Se negli adulti l’elaborazione segue delle fasi che possono andare dalla negazione all’accettazione, nei bambini non troviamo la stessa linearità progressiva. Non possiamo parlare di fasi poiché il bambino entra ed esce dal lutto, in quanto privo di una struttura cognitiva ed emotiva matura che lo renda in grado di sostenere il dolore per un periodo più lungo. Inoltre i tempi del lutto infantile sono più brevi. Il lutto più grave per un bambino è la perdita di un genitore. Quando ciò avviene entro i primi cinque anni di vita bisogna tenere in considerazione che il piccolo non ha ancora stabilito un senso del sé autonomo e indipendente dalla protezione del genitore; in questo caso si parla di trauma della perdita, che rappresenta un fattore di rischio per uno sviluppo sano, nel caso in cui il bambino non sia adeguatamente sostenuto nel processo di elaborazione del lutto.

Ci sono marcate differenze individuali nella comparsa, durata, intensità delle reazioni al lutto. Nei bambini più piccoli si parla di brevi periodi di tristezza, ovvero short sadness span, che esprime la loro limitata capacità a tollerare forti emozioni negative. Nei bambini più grandi possono manifestarsi difficoltà nel dormire, inappetenza o eccessivo appetito, scarsa concentrazione, tendenza a isolarsi e reazioni somatiche dovute allo stress. Tra le reazioni emotive più comuni c’è la rabbia sia generalizzata sia diretta, sia verso la persona morta sia verso il caregiver in vita, che può manifestarsi con comportamenti aggressivi ed esplosioni d’ira. Un’altra reazione emotiva al lutto è la paura, particolarmente espressa nella separazione dal genitore superstite (ad esempio nel momento dell’andare a dormire). È importante normalizzare e validare queste reazioni emotive lasciando lo spazio per verbalizzare i sentimenti e i pensieri. Poiché ciò che è stato perso è il senso di sicurezza del bambino e ciò che è stata evidenziata è la non prevedibilità degli eventi, potrebbe essere utile instaurare routine prevedibili e costanti (ad esempio descrivere le azioni quotidiane).

Particolare attenzione va data nel caso di lutti traumatici. Una delle variabili che determinano reazioni differenti al lutto nei bambini è la modalità con cui è avvenuta la perdita (ad esempio in seguito ad un incidente, omicidio, suicidio, ecc), che può aumentare il disagio psicologico e il rischio di complicanze. Ancora di più, nel caso in cui un bambino assista alla morte violenta di un genitore, il processo di elaborazione del lutto diventa più complicato. Uno studio di Lieberman sostiene che il bambino con un lutto traumatico in età prescolare può esprimere la grande sofferenza con esplosioni di rabbia seguiti da distacco emotivo (ad esempio mutismo e indifferenza), difficoltà a verbalizzare le emozioni, disturbi del sonno caratterizzati da difficoltà nell’addormentamento o risvegli notturni per immagini traumatiche ricorrenti, o ancora rifiuto di dormire da solo come espressione di paura e ansia di separazione, sintomi regressivi (ad esempio enuresi, regressione linguistica, succhiarsi il dito).

Evoluzione del concetto di morte nel bambino

Prima dei due anni non c’è comprensione cognitiva di questo concetto, un bambino vede la morte come uno stato reversibile, un semplice dormire, ma recepisce perfettamente il clima emotivo familiare, la cui possibile espressione potrebbe tradursi in irritabilità, disturbi dell’appetito, disturbi del sonno e giochi ripetitivi.

Dai tre ai cinque anni la morte è ancora uno stato reversibile, dotata di valenze magiche (ad esempio un desiderio comporta la riapparsa del defunto), il che può portare i bambini a chiedere spesso quando la persona tornerà e manifestando pianto ed eccessi di rabbia di fronte al non ritorno.

È verso i sette anni che i bambini iniziano a comprendere il concetto di morte come uno stato irreversibile, scoprendo pian piano con la crescita che non solo la vecchiaia, ma anche incidenti o malattie possono esserne causa.

Tra i dieci e i dodici anni i bambini pongono domande agli adulti sulla mortalità e la vulnerabilità, provando il raggiungimento della comprensione del concetto di morte.

Dai dodici ai quattordici anni la morte è vista come parte integrante della vita.

Quale intervento è più adeguato?

L’intervento di un professionista può avere un ruolo fondamentale nel processo di elaborazione della perdita sia durante la fase acuta che nel post emergenza. Sicuramente essenziale è fornire supporto ai genitori, accompagnarli nella comunicazione della morte ai propri figli, nella scelta della partecipazione dei minori ai riti funebri e nell’affrontare la crisi. Ciò di cui hanno bisogno i bambini, soprattutto nella fase acuta, sono il supporto, l’ascolto e la continuità. Bisogna lasciarli liberi di esprimere la propria sofferenza in quanto non è l’espressione delle emozioni a far male, ma la loro soppressione. Può essere utile alimentare il ricordo della persona defunta per fronteggiare uno dei più grandi timori dei bambini, ovvero la paura di dimenticare.

È importante che il bambino sappia che la persona è morta e come sia accaduto, e che lo sappia o dal genitore o da una persona affettivamente più vicina con cui il bambino ha un rapporto di fiducia. Sempre Bowlby descrive come i bambini tenuti all’oscuro della morte di una persona vicina possano sviluppare disturbi cognitivi e affettivi a lungo termine, tra cui l’amnesia e la dissociazione, unitamente ad una sfiducia nei confronti degli altri e un’inibizione dell’attività esplorativa.

Capita spesso che nel tentativo di proteggere il piccolo si tenda ad evitare di parlare di quanto accaduto, stabilendo una certa distanza emotiva dall’evento. È importante spiegare ai bambini più piccoli che la persona cara non sarà più con lui, che il bambino non è la causa della sua morte ed esplicitare che la persona persa non voleva morire. Ciò è importante perché i bambini credono che gli adulti siano onnipotenti e che facciano solo ciò che desiderano. Nel caso di bambini non verbali è importante utilizzare frasi brevi e semplici. È necessario fornire informazioni comprensibili rispetto al livello di sviluppo del bambino e mostrarsi disponibili a ripetere più volte le stesse cose, magari chiedendo anche un feedback per accertarsi che il messaggio sia stato compreso. L’adulto deve sentirsi libero di esprimere la propria emotività e spiegare al bambino che è normale che anche l’adulto manifesti il suo dolore e che ciò potrebbe far star meglio entrambi dopo. Sebbene possa essere di forte impatto vedere un genitore piangere ad esempio, è costruttivo mostrare come l’emotività abbia un inizio, una durata e una fine, rendendone lecita la sua espressione. Il rilascio emotivo, conseguente ad una reazione di pianto e dolore, favorisce l’elaborazione dei contenuti traumatici del lutto. Il gioco potrebbe essere un buon canale di comunicazione emotiva, in quanto il bambino si sente libero di esprimersi. Spesso i bambini rappresentano situazioni della loro vita attraverso il gioco, esprimendo in tal modo ciò che non riescono a verbalizzare.

Riguardo la partecipazione ai riti funebri, come detto, è importante farsi aiutare da un professionista nella scelta della partecipazione o meno rispetto anche alle modalità con cui si svolgerà il funerale (ad esempio se si svolgerà con il feretro aperto oppure no). Qualora si decidesse che il bambino possa assistere alla cerimonia, è necessario che sia affidato ad un adulto capace di confortarlo e sostenerlo. Il genitore deve parlare del funerale con il proprio figlio, spiegare le fasi della cerimonia e parlare dei suoi sentimenti in modo da normalizzare anche quelli del bambino. Più i bambini possono prevedere ciò che accadrà, più si sentiranno tranquilli.

Agnese Orefice

Mi chiamo Agnese Orefice e sono laureata in Neuroscienze cognitive presso l’Università di Napoli Luigi Vanvitelli. La passione per la psicologia e per il mondo dell'età evolutiva ha fatto sì che proseguissi in questa direzione conseguendo presso l'Università degli studi Internazionali di Roma - UNINT una specializzazione come tecnico del comportamento RBT. In un'ottica di continuo aggiornamento, fondamentale per l'ambito di cui mi occupo, ho proseguito la mia formazione presso la scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad orientamento Cognitivo - Comportamentale per i disordini dell'Età Evolutiva (SPEE).
Attualmente lavoro come psicologa a Napoli.