Alimentazione

Intolleranze alimentari nel bambino

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Le intolleranze alimentari, contrariamente a quanto si pensa, possono cominciare a manifestarsi proprio nei primi mesi di vita, soprattutto durante la fase di svezzamento in cui il bambino comincia ad entrare in contatto con alimenti nuovi, diversi dal latte materno. Vediamo insieme quali sono i sintomi, qual è la differenza con le allergie alimentari, come possiamo individuarle, trattarle e prevenire la manifestazione dei sintomi.

Cos’è l’intolleranza alimentare

Con il termine intolleranza alimentare si fa riferimento all’incapacità del nostro organismo di digerire e assorbire determinati elementi presenti negli alimenti, oppure alla manifestazione infiammatoria all’interno dell’organismo causata da alcuni cibi. A differenza delle allergie in cui sono più o meno noti i meccanismi e i sintomi sono decisamente più immediati, per quanto riguarda le intolleranze alimentari i meccanismi non sono ancora del tutto chiari; sembra che siano coinvolti anticorpi della classe A e G, inoltre l’infiammazione, che è molto più lieve rispetto alle allergie, pare che sia di tipo persistente e in grado di estendersi a distanza di tempo anche ad altri distretti dell’organismo, determinando dei sintomi che possono manifestarsi dopo tanto tempo dopo l’ingestione dell’alimento scatenante l’intolleranza. Un caso a parte è rappresentato dall’intolleranza al lattosio, che ha una causa bene precisa e nota, e anche dall’intolleranza o allergia al glutine, legata ad una vera e propria condizione patologica che è la celiachia (una malattia autoimmune).

Intolleranza al lattosio

L’intolleranza al lattosio rappresenta un caso distinto rispetto alle intolleranze alimentari in generale, questo perché il meccanismo che sta alla base è differente e noto, ovvero: nei soggetti affetti da intolleranza al lattosio l’organismo non produce sufficienti quantità di enzima lattasi; un enzima importante e necessario per la digestione del lattosio, zucchero presente nel latte e in tutti i suoi derivati. Questa intolleranza è una delle più diffuse in età pediatrica, ma non bisogna temere nulla perché oggi esistono tanti prodotti validi da un punto di vista nutritivo che possono essere somministrati al bambino in sostituzione, un esempio sono i latti speciali.

Coloro che riferiscono di non riuscire a digerire bene il latte e i latticini, potrebbe quindi essere potenzialmente intollerante al lattosio e per scoprirlo basta fare un test, riconosciuto come valido, che prende il nome di Breath Test. Questo test serve per valutare la presenza di idrogeno emesso con l’espirazione, prima e dopo la somministrazione di 50 grammi di lattosio. Si prelevano circa 9 campioni di espirato, ottenuti facendo soffiare il paziente all’interno di una sacca e ad intervalli regolari (ogni 20 min.), per un tempo totale di durata del test di circa 3 ore.

Il test viene considerato positivo quando il livello di idrogeno nell’espirato risulta particolarmente elevato, questo accade perché il lattosio non digerito arriva nell’intestino crasso e viene attaccato dai batteri, determinando la produzione di idrogeno in grandi quantità; dopodiché l’idrogeno entra nel circolo sanguigno e viene successivamente eliminato dai polmoni attraverso la respirazione.

L’intolleranza al lattosio è una condizione abbastanza diffusa, in Italia circa il 60% della popolazione è intollerante al lattosio e secondo alcuni studi, circa 3 persone su 4 non sospetta di essere intollerante a questa sostanza e continua ad assumerla; dunque, possiamo affermare che riconoscere i sintomi ed effettuare il test è importante per riequilibrare la propria alimentazione. I sintomi maggiormente riferiti sono: disturbi intestinali, difficoltà digestive, insonnia, mal di testa, dermatiti, gonfiore addominale, pesantezza e ritenzione idrica. Essendo comunque un’intolleranza e non un allergia, i sintomi sono comunque lievi tanto da non notarli (a volte), per cui chi scopre di essere intollerante al lattosio non necessariamente modifica in maniera sostanziale il proprio stile di vita.

Spesso l’intolleranza al lattosio può essere un fenomeno temporaneo, nel senso che i soggetti affetti possono, ad un certo punto, riuscire comunque a tollerare piccole quantità di questo zucchero. Attualmente esistono tanti prodotti che contengono poche concentrazioni di lattosio anche se si tratta di yogurt, latte, gelati ecc.

È un tipo di intolleranza che può ridursi nel tempo, così come accade anche per alcune allergie; pertanto è sempre consigliato ripetere i test allergici e quelli di intolleranza almeno una o due volte all’anno.

Differenza tra allergia e intolleranza alimentare

Spesso si incorre nell’errore di confondere l’allergia alimentare con l’intolleranza, in realtà si tratta di due fenomeni del tutto diversi sia per sintomi, meccanismi di reazione e quindi anche per il trattamento.

L’allergia, per definizione, consiste in una risposta abnorme da parte del sistema immunitario nei confronti di agenti esterni (allergeni) che sono ritenuti pericolosi dall’organismo, quindi attaccati dagli anticorpi prodotti dal sistema immunitario. In particolare, nelle allergie, le difese immunitarie reagiscono producendo molti anticorpi della classe E, i quali, a contatto con l’allergene, favoriscono il rilascio di istamina (mediatore dell’infiammazione) che provoca la reazione allergica.

Diverso è il meccanismo dell’intolleranza; in questo caso il sistema immunitario non è coinvolto in quanto la reazione scaturisce dall’incapacità da parte dell’apparato digerente di digerire determinate sostanze alimentari. Pertanto, il soggetto allergico deve assolutamente eliminare l’alimento scatenante dalla sua dieta, mentre l’intollerante può assumere l’alimento in piccole dosi e non manifestare i sintomi; ovviamente fanno eccezione i bambini intolleranti al glutine o al lattosio.

Oltre la causa, un’altra differenza consiste nei tempi di reazione e quindi di comparsa dei sintomi: nell’allergia alimentare la reazione del nostro organismo è immediata, in quanto il sistema immunitario scatena la reazione in tempi molto brevi, subito dopo il contatto o l’ingestione del cibo a cui si è allergici. I sintomi del bambino allergico comprendono gonfiore e/o prurito localizzato alla bocca e/o alla lingua, orticaria, angioedema e nei casi più gravi svenimento e shock anafilattico. Tali sintomi non compaiono necessariamente tutti insieme, ad ogni modo la risposta dell’organismo avviene in tempi molto brevi per cui il trattamento deve essere tempestivo.

La diagnosi allergologica verrà poi condotta dal medico specialista a cui la mamma dovrà assolutamente rivolgersi nel caso in cui dovesse notare reazioni avverse al cibo durante i pasti; sarà poi lo stesso medico specialista ad indicare alla mamma il trattamento più adeguato e specifico per il proprio bambino.

Sintomi

Nel bambino affetto da intolleranza alimentare i sintomi principali sono: diarrea, vomito e dolori addominali; a questi sintomi possono poi associarsi in fase di crescita, stanchezza, difficoltà di concentrazione, mal di testa, disturbi del sonno, tosse, dolori muscolari e articolari, gastrite, colite, gonfiore addominale, ansia e malessere generale che devono essere riferiti al medico specialista, il quale li valuterà in maniera appropriata.

Questi sintomi, come accennato in precedenza, possono comparire proprio nei primi mesi di vita, in particolare nella fase di divezzamento (o svezzamento) del bambino; pertanto, questo da un punto di vista alimentare e di allergie e intolleranze annesse, rappresenta il periodo cruciale. È importante procedere sempre per gradi, somministrare al bambino un alimento per volta e a distanza di tempo l’uno dall’altro per poter osservare eventuali reazioni avverse da riferire al medico pediatra, il quale di conseguenza modulerà la dieta al fine di ottenere sempre una corretta alimentazione del bambino.

Test per la diagnosi di intolleranza

Per quanto riguarda le intolleranze alimentari è importante sottolineare che non esistono assolutamente dei test validi da un punto di vista scientifico per individuare un soggetto intollerante ad un determinato alimento; fanno eccezione il Breath Test per l’intolleranza al lattosio e i test ematici e bioptici eseguiti secondo specifici protocolli per fare diagnosi di celiachia.

In base a quanto appena affermato, la domanda sorge spontanea: cosa fare se sospetto un’intolleranza alimentare? Se la mamma sospetta che il proprio bambino sia intollerante a qualche alimento perché magari ha notato episodi diarroici frequenti, dolori addominali, vomito, stanchezza immotivata, la prima cosa da fare è contattare il medico pediatria e riferire i propri sospetti. A questo punto sarà il medico ad indirizzare la mamma passo passo, per individuare l’alimento scatenante (se di intolleranza si tratta). In genere, il metodo più efficace è la dieta di esclusione; si elimina dalla dieta un alimento per volta, partendo per esempio da tutti gli alimenti che contengono il lattosio, dato che quest’ultimo è l’alimento maggiormente incriminato in caso di intolleranze alimentari. Una volta eliminato l’alimento sospetto, bisogna valutare lo stato del bambino nell’arco di 15-20 giorni dall’esclusione dell’alimento. Durante la dieta di esclusione bisogna ricordare che anche piccoli “sgarri”, apparentemente insignificanti, possono falsare il risultato del test; quindi è importante essere molto attenti e precisi e da qui deriva anche l’importanza, già ribadita, della fase di svezzamento.

La dove non si riesce ad individuare la causa con la dieta di esclusione, spesso il medico può decidere (sempre se lo ritiene opportuno) di procedere con i classici test allergologici, per escludere o validare che si tratti magari di un’allergia.

Anche se non esistono test validati scientificamente, in commercio possiamo trovare svariati test utilizzati per la diagnosi di intolleranza alimentare, per esempio: il test del capello, test bioenergetici, test kinesiologici, test ematici, test cutanei ecc. Dato che tutti questi test non sono ritenuti validi dalla comunità scientifica, si consiglia caldamente di rivolgersi sempre ad un medico specialista, seguendo le indicazioni del pediatra e, se si sceglie comunque di eseguire un test per il nostro bambino, assicurarsi di affidarsi ad un operatore specializzato, professionista in ambito medico/sanitario.

Dieta in caso di intolleranze alimentari

Per quanto riguarda le intolleranze alimentari, non esiste un trattamento specifico che prevede l’utilizzo di farmaci, e non esiste una cura risolutiva dato che, come abbiamo precedentemente affermato, le cause e i meccanismi non sono sempre noti e individuabili; tuttavia, non dobbiamo assolutamente allarmarci! Le intolleranze alimentari, a differenza delle allergie, non sono caratterizzate da sintomi gravi e pericolosi per la salute generale del bambino (salvo in rari casi in che generalmente si interfacciano a situazioni di disbisosi intestinale). Pertanto, il trattamento è rappresentato dallo stabilimento di un regime alimentare adeguato alle esigenze del nostro bambino, seguendo le indicazioni del pediatra e dopo aver individuato l’alimento incriminato mediante la dieta di esclusione e/o con test allergologici scientificamente validati. Dalla dieta del bambino verrà esclusa oppure ridotta l’assunzione di quel determinato alimento e, a seconda dell’alimento scatenante la reazione avversa, il medico indicherà come sostituirlo per mantenere l’alimentazione del bambino completa e bilanciata.

Ad ogni modo, è importante abituare i bambini a fare uso di alimenti che possono contribuire alle normali attività del sistema immunitario, come i cibi ricchi di vitamina A, B6, B12, C, D, ferro, folati, rame, zinco, e alimenti che contengono fibre per favorire la corretta funzione intestinale.

Cibi più comuni che causano intolleranze

Esistono alcuni cibi che più di altri possono essere causa di intolleranze alimentari, di solito quando si intraprende una dieta di esclusione è proprio da questi alimenti che si comincia:

  1. il grano; è importante sottolineare che chi è intollerante al grano non è celiaco! I bambini celiaci sono allergici al glutine, ovvero una frazione del frumento, mentre quelli che sono intolleranti al grano sono sensibili a tutte le componenti di questo cereale, non solo al glutine. Chi è affetto da intolleranza al grano presenta come sintomi il gonfiore addominale, disturbi digestivi e gastrici, irritazioni cutanee, variazioni di peso e ritenzione idrica. I prodotti da evitare ovviamente sono tutti quelli che contengono il grano (pane e prodotti da forno, corn flakes, pizza, carne e verdure impanate, dolci).
  2. lattosio e latticini; le cause di questa intolleranza le abbiamo ampiamente descritte, per cui vediamo quali sono i cibi che dovremmo evitare: latte vaccino, latte di capra, latte di pecora, di bufala, latticini freschi, gelati, panna e tutti i dolci a base di latte o che possono contenere il lattosio, i biscotti, le zuppe, le creme e le salse contenenti latte.
  3. i lieviti; spesso i lieviti di birra o quelli naturali (detti “madre”) non vengono assimilati bene dall’intestino, il quale si gonfia e non metabolizza bene i principi nutritivi con conseguenti evacuazioni irregolari; a questi sintomi possono anche associarsi disturbi gastrointestinali ed eruzioni cutanee. I cibi da evitare, in questo caso, sono tutti quelli che contengono lieviti (pane, pasta da pane, pizza, brioches, pasticcini, torte, birra, sidro, ma anche formaggi fermentati, panna acida, salsa di soia, funghi, integratori a base di lievito).
  4. uova; questa intolleranza può essere scatenata dall’albume, dal tuorlo oppure dall’uovo intero. I sintomi possono essere crampi, gonfiori, difficoltà digestive, afte, acne, dermatiti e a volte anche disturbi respiratori. Da non consumare tutti i cibi che contengono le uova (maionese, pasta all’uovo, ravioli, prodotti precotti o piatti pronti che contengono impanature, torte, gelati, budini, creme industriali).
  5. frutta secca e soia; noci, nocciole, arachidi, semi oleosi e soia possono rilasciare nell’intestino alcune sostanze che nel tempo tendono ad irritare la mucosa dell’intestino determinando malassorbimento e secrezione di istamina (sostanza irritante). Anche in questo caso i sintomi sono disturbi digestivi, gonfiore e dermatiti. Gli alimenti da evitare sono, pertanto, quelli sopra citati e tutti i prodotti che vengono realizzati con quegli alimenti, per esempio: gelati, yogurt di soia, tofu, cioccolata ecc.

Microbiota intestinale e intolleranze alimentari

Con il termine microbiota intestinale si fa riferimento alla colonia di microrganismi più grande che popola il nostro intestino e che è parte del microbiota umano, termine che invece fa riferimento all’intera flora intestinale.

Il microbiota intestinale è dunque l’insieme di alcuni batteri che a livello del nostro intestino fungono da schermo alle calorie che assumiamo, per cui più questi batteri sono sani più riescono a filtrare e bloccare le calorie in eccesso. La loro azione sembrerebbe incidere anche sul senso di sazietà, comunicando con l’ipotalamo grazie alla loro capacità di convertire le fibre alimentari in acidi grassi che rappresentano il principale nutriente per gli enterociti (cellule intesinali); queste cellule una volta sazie inviano al cervello il segnale che decreta il termine del pasto.

Essendo che il microbiota intestinale popola appunto l’intestino, va da sé che il nostro regime alimentare influenza il suo benessere e quindi il nostro; tant’è vero che già a partire dalla nascita gli alimenti che somministriamo al neonato influiscono sul suo benessere, da qui l’ importanza del colostro materno e dell’allattamento al seno. Successivamente sarà l’alimentazione, le malattie, i farmaci che si assumono, lo stile di vita in generale che influiranno le variazioni del microbiota, quindi è molto importante condurre una vita sana ed equilibrata per il mantenimento del benessere del microbiota che, di riflesso, garantirà il nostro stato di salute.

Quando vi sono delle alterazioni negative del microbiota intestinale si parla di disbiosi, condizione che rappresenta un rischio per la salute dell’uomo. Esistono diversi tipi di disbiosi, quelle non parassitarie o genetiche, che sono essenzialmente tre:

  1. disbiosi deficitaria; determinata da uno stile di vita non equilibrato, con un’alimentazione povera di fibre, in cui si fa utilizzo smodato di alcol, fumo e utilizzo non appropriato di antibiotici. In questi casi il microbiota intestinale viene ridotto e di conseguenza l’attività dell’apparato digerente risulta non equilibrata, condizione che risulta deficitaria per l’intero organismo. Può essere trattata adottando uno stile di vita sano ed eliminando tutti i fattori negativi.
  2. disbiosi putrefattiva; causata da un’alimentazione in cui il consumo di grassi e proteine è eccessivo e, allo stesso tempo, si consumano poche fibre. Si riscontra spesso nei soggetti che consumano troppa carne e formaggi, di conseguenza viene curata eliminando dalla dieta gli insaccati, riducendo il consumo di carne rossa, di formaggi e aumentando il consumo di carboidrati e fibre.
  3. disbiosi fermentativa; causata da un regime alimentare troppo ricco di carboidrati e zuccheri. Caratteristica di questa disbiosi è l’eccessiva presenza di batteri intestinali. Viene trattata diminuendo il consumo di carboidrati e zuccheri e, successivamente, il medico valuterà una terapia antibiotica per riportare la quantità dei batteri intestinali ad un numero regolare.

Lo studio del microbiota intestinale è ancora oggetto di tante argomentazioni, vi sono ancora tanti aspetti da approfondire e poche sono le certezze riguardo a tutte le sue funzioni e dunque dei sui squilibri; tuttavia, quello che al momento risulta sicuramente certo è che il benessere del nostro organismo è garantita anche dai batteri che lo popolano, per cui una corretta alimentazione e uno stile di vita sano ed equilibrato, ancora una volta, sono fondamentali.

Riguardo l'autore

Federica Ciardi

Mi chiamo Federica Ciardi sono laureata in Infermieristica Pediatrica presso l’Università di Napoli Luigi Vanvitelli e lavoro presso la Cambridge University NHS Foundation Trust.

Ho scelto di specializzarmi in ambito pediatrico non solo per amore dei bambini ma perché credo fortemente che una corretta cura e prevenzione in tenera età possano garantire un futuro migliore.

Sono fondatrice del progetto "mammastobene.com" in cui mi impegno attivamente per aiutare i genitori nella comprensione e nella gestione dei problemi legati allo stato di salute dei propri figli, con lo scopo di ridurre ansie ormai sempre più usuali, sfatare miti e ridurre i tempi di intervento.